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Hipster font style

Odiati. Amati. Sconosciuti. Oggi essere hipster vuol dire essere qualcuno con gli occhiali grandi, vestito strano, con l’iphone, mezzo fighetto, mezzo alternativo. Una volta però (anni quaranta) negli Stati Uniti si chiamavano hipster gli appassionati bianchi di Jazz, che volevano emulare gli afroamericani.

Se si prende in mano Wikipedia (si fa per dire) la definizione che viene data di hipster è la seguente:

“Giovani, di classe medio-alta, istruiti e abitanti dei grandi centri urbani, che si interessano alla cultura alternativa (o presunta tale) – “non mainstream” – come l’indie rock, l’elettronica, i film d’autore e le tendenze culturali emergenti. Si professano ottimi conoscitori della lingua inglese e amano appropriarsi dei codici delle generazioni precedenti, ammantandosi di un caratteristico stile rétro. Si servono in negozi di abiti usati, mangiano preferibilmente cibo biologico, meglio se coltivato localmente, sono vegetariani o vegani, preferiscono bere birra locale (o prodotta in proprio) e amano girare in bicicletta. Spesso lavorano nel mondo dell’arte, della musica e della moda, e rifiutano i canoni estetici della cultura statunitense e anche la sessualità predefinita. Non vogliono essere catalogati e eludono l’attualità. Generalmente il termine hipster oggi è usato come dispregiativo, per identificare delle persone che hanno atteggiamenti atti a far sembrare di essere alternativi, ma che in realtà non sono, perché ripetuti da altre centinaia di persone come loro.”

Insomma la domanda oggi è sempre la stessa: il think different di Apple, quando tutti o quasi hanno in tasca un iPhone, è sempre valido? Niente filosofia, per carità, ma questa serie chiamata “Hipster words” ci ha dato un po’ alla testa e ci ha fatto sbizzarrire un po’ sul tema. C’è chi ne ha fatto un font a metà tra la pittura e la grafica. Si chiama Ale Paul. Se state cercando un font “different” magari è quello che cercate. Magari no. Dipende da quanto siete hipster.

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