I cavalieri della tecnologia low cost

Il commercio del superfluo ha reso ricche le maggiori compagnie informatiche, traboccanti i nostri cassetti e vuote le nostre tasche. Sono sempre di più gli smartphone, i tablet e i personal computer che avanzano verso un futuro hi-tech tenendoci per mano e accompagnandoci lungo un percorso disseminato dai cadaveri dei modelli obsoleti.

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Più abbiamo e più desideriamo, questo ormai è chiaro, e con la continua uscita di nuovi modelli dei tre maggiori acquisti tecnologici del ventunesimo secolo – smartphone, tablet e computer – sembra quasi che la gente non riesca a resistere all’impulso di comprare “il nuovo”, anche se spesso la miglioria rispetto al precedente è minima. La domanda a questo punto sorge spontanea. Se siamo portati, facendo di tutta l’erba un fascio, a comprare l’ultimo modello non appena vi abbiamo buttato gli occhi sopra, che fine fa “il vecchio”? Graffiato ma ancora funzionante, malinconico ma ancora in buone condizioni, obsoleto ma ancora in grado di sopperire ai bisogni più immediati. La maggior parte di noi lo deposita con cautela in un cassetto, cosciente del fatto che anche se ha deciso di tenerlo come ruota di scorta non lo utilizzerà mai, ma molti altri scelgono l’opzione “cassonetto”. Il fatto è che, in effetti, queste non sono le uniche destinazioni possibili, con qualche fatica in più possiamo dare nuova vita agli smartphone, ai tablet e ai computer che non vogliamo più.

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Il progetto “Progetti appesi a un filo”, che dal 2007 sta dando molte soddisfazioni agli ideatori, si impegna a raccogliere cellulari, tablet e pc che non usiamo più per poterli riciclare e spedirli nei paesi in via di sviluppo. Dopo un reset coi controfiocchi l’associazione controlla ogni apparecchio e poi li imballa in grossi scatoloni da spedire in Africa, Brasile, Asia e in molti altri paesi del terzo mondo. Così facendo si fa una buona azione e ci si libera dei cip e dei circuiti superflui che abbiamo in casa, ma “Progetti appesi a un filo” non è l’unico progetto in atto che promuove la divulgazione di apparecchi elettronici nei paesi in via di sviluppo, ne esistono molti altri a livello internazionale che fanno sentire le farfalle allo stomaco ad Amnesty International & Co.

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Primo tra tutti i cavalieri nel campo della tecno-beneficenza è Nicholas Negroponte: statunitense, informatico, celebre per i suoi progetti innovativi nel campo dell’interfaccia uomo-computer. Dopo la laurea in architettura e qualche anno di gavetta, Negroponte comincia a fare sul serio e fonda MediaLab, uno dei laboratori più prestigiosi al mondo. Arricchitosi e creatosi la fama di informatico visionario, il greco Nicholas inizia a fare beneficenza e nella fattispecie si dedica al Digital Divide, termine con cui viene definito il divario digitale tra il mondo occindentalizzato e il terzo. Con la moglie Elaine dunque fa partire alcuni progetti in tal senso, un paio stroncati sul nascere, alcuni deceduti a causa della mancanza di fondi e investitori e altri gettati nel dimenticatoio, alla fine della lunga lista l’unico a sopravvivere al macello benefico è il progetto “One Laptop per Child”.

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Il progetto One Laptop per Child, il cui nome in seguito è divenuto “$100 Laptop” si poneva come obiettivo quello di creare computer low cost destinati ai bambini dei paesi in via di sviluppo; gli eletti all’inizio erano Thailandia, Cina e India. Con la diffusione di personal computer a basso costo, i bambini dei paesi più disagiati avranno la possibilità non solo di imparare a usare apparecchi hi-tech che costellano il futuro mondiale ma anche di avvicinarsi alla realtà occidentale così da favorire gli scambi culturali tra le due realtà agli antipodi. Nel 2005 Negroponte annuncia l’inizitiva e comunica alla comunità scientifica d’aver già trovato partner sostanziosi come Google, Motorola, Samsung e News Corporation – parte del gruppo di Mr. Rupert Murdoch -. Il Laptop viene sviluppato dall’organizzazione “One Laptop per child”, una no-profit statunitense, creata dallo stesso Negroponte, aiutato da alcuni soci, proprio per supervisionare e portare avanti il progetto. Secondo gli accordi precedentemente presi i Laptop verranno venduti ai governi dei paesi a cui sono stati destinati che si impegneranno poi a distribuirli ai bambini del paese in questione, tuttavia sebbene la produzione in serie sia già iniziata nel luglio 2007 non sono stati ancora resi noti i tempi di consegna o le quantità dei computer che verranno venduti.

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I pc però non sono gli unici apparecchi in cantiere alla “One Laptop per child”. E’ più recente la notizia della futura vendita anche di un tablet con caratteristiche simili al pc Laptop: economico, display ridotto a otto pollici, risoluzione di 1024 x 768 pixel, processore Marvell da un GHz. Non esattamente un gioiello di velocità e colori sgargianti ma le caratteristiche principali del tablet Laptop risiedono nelle peculiarità che interessano ai piccoli acquirenti dei paesi del terzo mondo: una manovella per caricare la batteria, dei pannelli solari mignon e un rivestimento di gomma dura per resistere a intemperie come acqua e sabbia.

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I progetti di tecno-beneficenza però non si fermano qui. E’ della Microsoft l’idea di creare cellulari sviluppati appositamente per i paesi del terzo mondo, i suddetti smartphone futuristici si chiameranno “Fone+” e saranno dei veri e propri personal computer delle dimensioni un telefonino. Accortisi che in effetti ormai la differenza in fatto di costo tra la costruzione di uno smartphone con gli attributi e di un pc a da quattro soldi è sottile come un giunco, i cavalieri di Gates hanno in programma di lanciare entro un paio d’anni uno smartphone che sarà anche computer e televisore. Secondo la compagnia americana si tratterebbe di un apparecchio fondamentale per gli abitanti di paesi del terzo mondo che vivono in zone lontane parecchi chilometri rispetto ai maggiori centri abitati.

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Nel maggio del 2009 invece ha debuttato in Brasile “Zeebo”, una console per videogiochi a basso costo la cui creazione è specificatamente indirizzata ai bambini del terzo mondo. Responsabile di “Zeebo” è la Qualcomm, azienda californiana di telecomunicazioni, che dopo aver ideato la console si è anche apprestata, in tempi relativamente veloci, ad assemblarla. Le caratteristiche della console la rendono poco appetibile alla giovane clientela occidentale, più propensa verso una grafica da urlo a scapito delle tasche bucherellate di mamma e papà, ma interessante agli occhi dei bambini del terzo mondo. A causa delle vendite scarsissime la Qualcomm ha interrotto la produzione di “Zeebo” nel 2011 ma in seguito all’interesse rinnovato di Cina e India pare ci siano non poche possibilità che la console torni sugli scaffali.

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Le idee quindi sono molte ma a causa della mancanza di fondi, della difficoltà di comunicazione tra le grandi aziende produttrici e gli organi governativi e i troppi progetti in cantiere che rendono la situazione dispersiva alla fine la tecno-beneficenza è un affare da pochi. Pur non essendo piccoli Gates però noi stessi possiamo fare molto disseppellendo i vecchi apparecchi che abbiamo sotterrato nei cassetti di casa, sotto strati e strati di cianfrusaglie inutili, e dandoli in beneficenza così da rianimare i nostri vecchi amici e fare un’opera di bene.

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